Come Berlusconi (ri)scoprì Mussolini

28 Ottobre 2008 3 commenti

<<Quando mancasse il consenso, c’è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà, metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli.>> (B. Mussolini, 7 marzo 1923, da Scritti e discorsi, III, p. 82).

Prosegui la lettura…

Un introduzione a Amici di Spartaco -discorso alla rete dei comunisti del 30 maggio 2008

2 Giugno 2008 11 commenti

Amici di Spartaco vuole essere un organo di informazione-formazione giovanile nella sinistra comunista internazionalista. E’ nato quest’anno con l’ambizioso obbiettivo di pubblicare la rivista con periodicità mensile, oggi conta 4 quattro numeri. Raccoglie un modesto numero di partecipanti sparsi nel territorio nazionale. Vuole portare avanti un proggetto analogo a quello dei vecchi GLP (Gruppi di Lotta Proletaria) e adotta in pieno il loro programma. Inoltre gli Amici di Spartaco si impegnano a stimolare l’interesse fra gli studenti per il marxismo formando collettivi nel territorio, e possono constatare che, nonostante l’opinione dominante in molti sinistri reazionari, ancora oggi Marx suscita grande interesse fra gli studenti. -alla faccia di chi ci li vuole male! Gli Amici di Spartaco hanno voluto dare un loro contributo al dibattito in questa assemblea perché ritengono che in un momento epocale come questo sia fondamentale recuperare tutte le forze che la sinistra più o meno comunista ha messo in campo. Con questo non vogliono in nessun modo proporre una coalizione in funzione difensiva. Non ci interessa unire forzosamente le energie per creare un corpo unico, perché riteniamo che ciò potrà avere esiti positivi solamente quando saranno esaurite le divergenze di base quanto ad analisi della situazione presente, e quanto alla strategia da adottare, e riteniamo che al momento siamo lungi dall’aver raggiunto questo minimale obbiettivo. Tuttavia riteniamo che facendo tutti, compresi noi, un passo in dietro possiamo fare dei passi avanti in questa direzione. Ora, espongo le posizioni degli Amici di Spartaco sinteticamente nei limiti che ci è permesso, proponendo ai presenti di approfondirle nel nostro sito, a cui possono accedere digitando "amici di spartaco" su un qualsiasi motore di ricerca. Cacciare la cosiddetta sinistra radicale risponde chiaramente all’esigenza, di certi gruppi oligarchici, di semplificazione, di concentrazione anche a livello di rappresentanza politica, considerato anche che la democrazia rappresentativa è sempre meno funzionale agli interessi del capitalismo monopolistico. Il tutto avviene sulla falsariga di quanto esiste già in America o in tante realtà europee. Laddove questi gruppi economico-finanziari devono imporre i loro interessi sul resto della società, consegue che la funzione di mediazione una volta esercitata dai partiti tradizionali viene meno, e sono gli stessi borghesi che assumono direttamente la gestione del potere. Il ruolo della politica “politicante” viene quindi limitato ad una funzione di puro “servizio” al netto da eventuali sconfinamenti. Il disegno è molto chiaro: si tratta di rendere marginale tutto ciò che mette in discussione la cosiddetta globalizzazione, insieme ai suoi processi decisionali e di liquidare in via definitiva ogni richiamo, seppure il più tenue e invano, all’oramai residuale punto di vista socialista con l’obiettivo dichiarato di costruire un sistema basato su due grandi centri politici, borghesi, all’interno dei due poli, che si alternino nel governo del paese. Il PD e il PdL rispondono organicamente a questa esigenza e nelle loro linee guida rappresentano al meglio le esigenze di conservazione del capitale alle quali tutto deve essere subordinato, mondo del lavoro per primo. Essendo questa l’impostazione viene facile argomentare come la lotta di classe esista e come l’iniziativa, almeno per ora, è tutta nelle mani della borghesia che si organizza al meglio per le proprie esigenze di conservazione, per scaricare sul mondo del lavoro gli effetti della crisi economica ma anche per attrezzarsi in caso di eventuali soprassalti del proletariato. In un contesto in cui i poveri, gli emarginati, i più deboli, sono destinati ad accrescersi spaventosamente, al proletariato spetta il compito di riconoscersi come classe sociale e di riprendere l’iniziativa autonoma di lotta in difesa dei propri interessi storici e, considerando tutto ciò, diventa necessaria la costruzione di un partito comunista che sappia rappresentare tali interessi e sappia soprattutto dare indicazioni politiche alla lotta della classe. Ma, è bene precisare, questo partito non è il partito di cui parlano i cosiddetti “compagni” del Pdci e simili. Infatti, è bene ricordare che se, la sinistra arcobaleno o la sinistra bottegaia come alcuni preferiscono definirla, non è entrata in parlamento, è perché appartiene a un modo di fare politica superato dai tempi. La Sinistra arcobaleno offriva un programma utopistico. Utopia è considerare la democrazia come uno strumento di cui può usufruire la classe operaia per la sua emancipazione, quando è il miglior mezzo politico che la borghesia possiede per amministrare il suo potere economico. Nel momento in cui la lotta di classe dovesse travalicare le compatibilità che la stessa democrazia circoscrive, il diritto civile, quello penale, la proprietà privata, lo Stato, le strutture democratiche si trasformerebbero immediatamente nel loro contrario, la dittatura. Utopia è pretendere di imporre al capitalismo il riassorbimento di milioni di disoccupati semplicemente proponendo di lavorare tutti con orari ridotti a parità salariale, quando il capitale per sopravvivere alla concorrenza e alle sua stesse contraddizioni è costretto a operare in senso opposto, oltretutto in una fase storica nella quale il capitalismo soffre di bassi profitti, ha ristretto i margini delle compatibilità e ripone nelle ristrutturazioni ad alto contenuto tecnologico, che prevedono espulsione di forza lavoro, la propria salvezza economica. D’altro canto non si spiegherebbe come mai quelle stesse forze del radical riformismo, che oggi propongono la praticabilità di simili slogan, non abbiano saputo impedire un solo licenziamento. Utopia è pensare di poter operare sugli effetti degenerativi dal capitalismo in senso riformistico, lasciando inalterate e libere di esprimersi le cause che le pongono in essere. Utopia è pensar di poter guadagnare i consensi della maggioranza della popolazione italiana, quando la borghesia con i suoi efficacissimi mezzi mediatici riesce a inculcare nella stragrande maggioranza della popolazione cultura e pensiero politico sovrastrutturale alla fase capitalistica vigente. Per questi motivi abbiamo portato avanti una campagna astensionista alle ultime elezioni. Tuttavia, sarebbe troppo facile non votare, e non proporre una alternativa rivoluzionaria, infatti, se noi preferiamo astenerci dal voto è perché, invece, non ci asteniamo dal condurre una lotta autenticamente classista contro il sistema. Concreto è smascherare il misticismo logico di fondo che accomuna i discorsi di tutta la politica politicante. Concreto ma sopratutto coerente, è il nostro sostegno alle lotte economiche del proletariato, cosa che risponde al compito di conquistare i proletari stessi alla coscienza politica rivoluzionaria, propagandando in ogni lotta presente il futuro del movimento operaio. A questo si indirizza l’opera dei gruppi di compagni e simpatizzanti presenti in fabbrica e sul territorio. Recente esempio di protagonismo proletario ce lo dimostrano i recenti fatti della Fiat di Pomigliano d’Arco, che raccontano protagonismo proletario d’altri tempi. Lottiamo contro l’imperialismo che non è una forma di “cattiva politica” esercitata dagli Stati più potenti a danno di quelli più deboli. L’imperialismo è il classico modo di manifestarsi del capitalismo maturo su scala mondiale: ogni Stato è oggi parte di un sistema economico globale e non può sfuggire ad alcuna delle leggi economiche che regolano questo modo di produzione e di distribuzione nel suo complesso. Ogni ideologia basata su una politica di alleanza nazionalistica con la propria borghesia (o addirittura con un fronte imperialistico più debole, come alcuni, che mostrano simpatie per i fronti imperialisti islamici) perché sfruttata o aggredita dal fronte imperialistico più forte, ci riporterebbe indietro di un secolo e minerebbe concretamente quella unità e solidarietà di classe che sole rendono possibile la distruzione delle basi di ogni oppressione nazionale, razziale etnica o religiosa. Lavoriamo per la eliminazione della macchina statale borghese e dei rapporti di produzione capitalistici. Il proletariato deve assumere il potere politico sostituendo con i propri esclusivi organismi (nuove forme e nuovi contenuti) tutti gli attuali centri e apparati gestionali, amministrativi e repressivi nei quali si materializza il potere del capitale. Lavoriamo per la conquista del potere, cosa che non potrà essere perciò che rivoluzionaria, poiché è la borghesia stessa che vi si oppone violentemente usando tutti i poteri e le forze di cui dispone. Non potrà essere – dopo l’avvio in uno o più Paesi – che internazionale, essendo gli interessi in gioco quelli del proletariato mondiale, e si concretizzerà in quella dittatura del proletariato che sola potrà realizzare il programma di transizione al comunismo. La dittatura del proletariato non significa in alcun modo il potere assoluto di una qualunque minoranza illuminata (vedi stalinismo) sulla maggioranza. Sputiamo su Stalin e i suoi cecati seguaci. Organismi come i Soviet, i Consigli operai, presenti nella esperienza dell’Ottobre russo, saranno gli strumenti attraverso i quali si realizzerà la dittatura proletaria. L’emancipazione del proletariato non potrà essere che opera del proletariato stesso, il quale non delega a nessun altro i propri compiti politici, pur riconoscendo la necessaria guida esercitata dal Partito in cui si raccoglie l’avanguardia rivoluzionaria del proletariato. Dittatura del proletariato significa nessun blocco politico con altre classi e la soppressione di ogni diritto ai sopravvissuti gruppi della borghesia, per vincere ogni loro resistenza alla definitiva scomparsa di una classe sfruttatrice e privilegiata. Chi non partecipa al lavoro della collettività per il benessere di tutti, non mangia: la dittatura del proletariato sarà dunque apertamente dichiarata e non mascherata come quella oggi praticata dalla classe borghese, e avrà il preciso obiettivo di vincere ogni resistenza controrivoluzionaria e di procedere all’applicazione delle misure politiche ed economiche in direzione del comunismo. Lanciamo un grido ai compagni presenti, che esorta alla realizzazione di un programma rivoluzionario marxista coerentemente classista, che esorta alla realizzazione di gruppi di territorio e di fabbrica che possano essere i futuri consigli. Rilanciamo il programma iniziale del Partito Comunista d’Italia, programma sepolto sotto le macerie del PCI di Togliatti e derivati. Sfidiamo a petto la fase storica apertasi. Non proponiamo programmi compatibili con questo sistema, in questo modo non solo non troveremo consensi, ma offriamo ulteriori spazi a quelle organizzazioni neofasciste che recitano a fare i rivoluzionari. Diamo una risposta alla classe lavoratrice unita e rivoluzionaria. Rompiamo con un passato sinistro e affrontiamo un presente difficile e arido: ci aspettano tempi duri. Vediamo nel presente dialetticamente le condizioni oggettive per un futuro solare e libero, futuro che vedremo vicino solo se lo vogliamo. Ma sopratutto dobbiamo essere comunisti, perché quel neoriformismo strisciante che inquina l’aria di questo locale come molti altri, è la nostra debolezza, è la resistenza che dobbiamo isolare, per una politica dinamica e rivoluzionaria. Il proletariato con i vari movimenti dal basso non smette ancora di lottare, ma è diviso in lotte settorializzate e spesso abbandonate a se stesse, basta con i coordinamenti! con le reti come questa!! Passiamo al passaggio successivo! Costruiamo un partito rivoluzionario in grado di ricomporre tutte queste esperienze, mettendo SEMPRE in discussione i valori di questo stato, il valore borghese della proprietà. Concludo citando Marx, sono sicuro che vi sarà capitato a tutti di leggere queste parole:

Prosegui la lettura…

Possono arginare un onda, ma mai impedire alla marea di salite!

22 Aprile 2008 14 commenti

Contro la farsa delle elezioni rilanciamo l’astensionismo di classe!

12 Aprile 2008 14 commenti

Siete pensionati? Tranquilli, qualsiasi schieramento politico vincerà le elezioni vi farà ricchi.

Prosegui la lettura…

La religione oppio dei popoli

28 Febbraio 2008 33 commenti

Il cristianesimo delle origini afferma l’uguaglianza morale di tutti gli uomini:

    "Tutti infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù. Poiché quanti siete battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più Giudeo né Greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più maschio e femmina, perché voi siete tutti uno solo in Cristo Gesù
".

San Paolo, Lettera ai Galati 3, 26-28, in La Sacra Bibbia

L’uguaglianza morale-religiosa tra gli uomini, avendo il suo fondamento in Dio, cioé fuori dall’uomo (il rapporto orizzontale uomo-uomo ha la sua base nel rapporto verticale uomo-dio), è un’uguaglianza alienata, astratta e priva di valore universale in quanto non è estesa a tutti gli uomini, ma ha un valore particolare; infatti l’uguaglianza rimane confinata entro l’insieme dei membri della setta, ossia dei battezzati. Per la coscienza religiosa il principio morale dell’uguaglianza alienata, perché religiosa, e astratta, perché metastorica, non entra in contraddizione con le disuguaglianze storiche, esse infatti non sono proclamate ingiuste e non vengono delegittimate sul piano morale; le disuguaglianze sociali appaiono marginali e costituenti l’accidentalità dell’esistenza umana, che trova invece la sua vera dimensione, la sua concretezza, la sua libertà, nella vita religiosa.

In tale intreccio avviene quello che Marx chiama il "rovesciarsi della speculazione in empiria" nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, avviene un processo di surrezione, cioé d’inserimento dell’assolutezza, della sacralità dell’ipotesi religiosa (Dio) nella società alienata; così si cristianizza la concreta società schiavistica e se ne rafforzano le disuguaglianze.

Questa opera di surrezione si vede chiaramente in San Paolo, a proposito della famiglia cristiana:

    "Esorta gli schiavi ad essere sottomessi ai propri padroni in tutte le cose, a essere benaccetti, a non contraddirli, a non esser frodatori bensì a mostrare una fedeltà interamente buona, per fare onore in tutto alla dottrina del salvatore nostro Iddio
".

San Paolo, Lettera a Tito, 2, 9-10, in La Sacra Bibbia

I precetti di San Paolo sacralizzano, in nome di Cristo, la schiavitù sociale e la povertà sociale:

    "Schiavi ubbidite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con candore del vostro cuore, come al Cristo, non secondo un servizio di rispetto umano, come per attirarsi i favori, ma come schiavi di Cristo, facendo la volontà di Dio di buon cuore: servendo con benevolenza, come al Signore e non a uomini e sapendo che ognuno, qualora abbia fatto bene, questo riceverà dal Signore, sia uno schiavo sia un libero".

San Paolo, Lettera agli Efesini 6, 3-9, in La Sacra Bibbia

La stessa posizione è anche ribadita nella Lettera ai Colossesi nella quale San Paolo afferma:

    "Schiavi, obbedite in tutto ai vostri padroni terreni, non con servizi di rispetto umano, quasi desiderosi di piacere a uomini, ma con candore di cuore, temendo il Signore. Qualunque cosa facciate, operate di buon animo, come per il Signore e non per uomini, sapendo che dal Signore riceverete la retribuzione della eredità. Siate schiavi del Signore Cristo! Perché chi fa ingiustizia riceverà ciò di cui è colpevole; non c’è riguardo di sorta!"

San Paolo, Lettera ai Colossesi, 3, 22-25, in La Sacra Bibbia

Come si può ben vedere San Paolo utilizza una vera e propria forma di terrorismo religioso ai fini della conservazione sociale, aggiungendo poi, in riferimento ai padroni:

    "date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo".

San Paolo, Lettera ai Colossesi, 4, 1, in La Sacra Bibbia

Sul medesimo argomento San Paolo ritorna nella Prima Lettera a Timoteo dove scrive:

    "Tutti quelli che sono sotto il giogo in qualità di schiavi, stimino i propri padroni degni di assoluto rispetto, affinché il nome di Dio e la dottrina non siano bestemmiati. Quanto a quelli che hanno padroni credenti non li disprezzino, sotto il pretesto che sono fratelli, anzi li servano meglio, per il fatto che questi che beneficiano della loro opera sono credenti e fratelli diletti. Queste cose insegna e raccomanda".

San Paolo, Prima lettera a Timoteo, 6, 1-2, in La Sacra Bibbia

Questo procedimento di assolutizzazione, in nome di Cristo, della famiglia e della società schiavista porta ad una mistificazione ideale:

  • La famiglia schiavista, infatti, cristianizzata secondo gli insegnamenti di San Paolo, nella sua concretezza storica, rimane sempre schiavista.
  • L’opera di surrezione ha un’importante conseguenza per lo schiavo. La sua coscienza religiosa oscura la coscienza del proprio stato di soggetto alienato e ne neutralizza la volontà di un’attività concreta diretta a scogliere la contraddizione sociale, e far sorgere nel mondo storico, in cui l’oppresso vive, l’uguaglianza sociale come concreta forma di vita, e, al tempo stesso inculca la speranza di un al di là di liberazione dove tutti saranno giudicati secondo i propri meriti religiosi. Marx coglie bene quest’aspetto della religione quando definisce la religione "il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito." Karl Marx, La questione ebraica p.50. E’ proprio questo aspetto della religione a spingerlo a definire oppio dei pel popolo, perché la religione impedisce al soggetto alienato di acquistare coscienza del suo essere sociale. Inoltre la religione oppio dei popoli è la premessa concettuale al concetto della filosofia che trasforma la critica del cielo nella critica della terra, rendendo invisibili i due concetti.

Marx definendo la religione oppio del popolo coglie nella sua vera essenza la funzione sociale dell’alienazione religiosa. Infatti, anche quando il cristianesimo si è occupato della patologia sociale (ad esempio con papa Leone XIII nella enciclica Rerum Novarum), esso non l’ha connessa alla struttura dell’alienazione sociale e politica, anzi, in polemica con il comunismo scientifico, ha sempre negato ogni linea di principio ogni tipo di connessione.

L’aspetto di alienazione-oppio dei popoli della religione, in tutte le sue forme storiche, è mistificato dagli anti-marxisti come ad esempio Antiseri, il quale scrive:

    "Nè si può accettare la teoria marxista secondo cui la religione è l’oppio per il popolo. [...] Il Marxismo classico ha confuso un tipo di organizzazione ecclesiastica storicamente dato con la religione in sè [...]. Ha assolutizzato un fatto storico. La coscienza religiosa non è di per sè reazionaria, non distoglie di per sè gli occhi degli uomini da questa terra; nè è di per sè l’oppio del popolo
".

Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, vol°3 pp.156-157

E non a caso lo stesso aggiunge una citazione di uno dei personaggi fra i più reazionari nel panorama politico italiano, Palmiro Togliatti: "L’aspirazione a una società socialista non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma che tale aspirazione può trovare uno stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta davanti ai drammatici problemi del mondo contemporaneo".

Ad Antisei, e al povero Togliatti (il quale anche in questa occasione non fa che dimostrare la sua più totale ignoranza in materia di comunismo scientifico), sfugge il fatto che la categoria analitica oppio dei popoli non vuol dire reazionario, ma indica un aspetto proprio della religione che ha la sua giustificazione nell’essere la religione una forma spirituale di alienazione, e non nell’assolutizzazione di un dato storico.

Un ruolo estremamente importante riveste la concezione cristiana del ricco e della ricchezza privata. A differenza di quanto prescritto dal Vecchio Testamento:

    "Ed Isacco seminò in quella terra e raccolse il cento per uno e Jahve lo benedì. E l’uomo si arricchì sempre fino a diventare ricchissimo
".

Genesi, 26, 12-13, in la La Sacra Bibbia

Gesù non considera la ricchezza un segno di benedizione di Dio che fa prosperare i suoi protetti. Questa differenziazione è stata sempre enfatizzata dai cattolici e su di essa si è fatta opera di mistificazione sulla posizione assunta da Cristo verso il ricco e la ricchezza.

Cristo svaluta metafisicamente la ricchezza terrena:

    "In verità vi dico: chi è ricco difficilmente entrerà nel regno dei cieli. Anzi, vi dico pure: è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno di Dio".

Vangelo secondo San Matteo, 19, 23-24, in La Sacra Bibbia

Invita i discepoli a non preoccuparsi delle ricchezze terrene, mette in guardia i discepoli contro il pericolo che le ricchezze rappresentano. Tale svalutazione non porta Cristo a dichiarare la ricchezza terrena in sè peccato e di conseguenza a considerare il ricco in quanto tale peccatore, nè lo spinge a dichiarare l’incompatibilità morale-religiosa tra lo status di ricco e lo status di cristiano, bensì Cristo indica al ricco la via morale per avere anche lui, come il povero, la ricompensa metafisica nell’aldilà. Il ricco nel suo stesso essere metafisico deve vivere la ricchzza con umiltà. E’ esemplare al riguardo un passo del Vangelo secon San Luca:

    "Un capo dei loro interrogò dicendo: Maestro buono, cosa devo fare per ottenere la vita eterna? [...] Gesù gli disse: Ti resta ancora una cosa: và, vendi tutto ciò che hai, distribuiscilo ai poveri. E avrai un tesoro nei cieli. Poi vieni, e seguimi.".

Vangelo secondo San Luca 18, 18-23, in La Sacra Bibbia

Cristo è creatore di una concezione alienata della vita e conservatore dell’alienazione sociale del tempo; considera la realtà umana come avente il suo significato più profondo nel riconoscimento dell’accidentalità della vita nel suo rimandare ad un principio trascendentale dalla realtà storica (Dio, il regno dei cieli, cioè "l’al di là della verità" come lo definiva Marx, nel testo sovraccitato); Cristo, chiuso in una concezione alienata della vita conserva l’alienazione sociale, conferisce legittimità al ricco non vede il ricco costituisce la radice storica della dicotomia ricco-povero e dell’alienazione sociale, proclama le vittime dell’alienazione sociale "beati" e ne proietta il bisogno di giustizia nell’al di là, nel regno dei cieli, la religione è, come osserva Marx, "il sole illusorio che si muove attorno all’uomo", "l’aureola" della "valle di lacrime", "l’aroma spirituale" di un mondo alienato, creatrice di una felicità "illusoria" e di conseguenza non connettendo fenomenicamente la realtà disumana alla complessa struttura dell’alienazione social e politica, è di per sé "la figura sacra dell’autoestraneazione umana".

Il limite della religione -che non si pone il problema della liberazione storica del povero ma prospetta l’emancipazione interiore, post-mortem, dell’anima- evidenza l’abissale distanza che separa Marx da Cristo.

Il cuore nero dei giovani d?Italia

23 Febbraio 2008 4 commenti

ROMA – I balilla che governano la “Cosa nera”, parlamento delle scuole romane, non si riconoscono dalla divisa: non ce l’hanno. Nemmeno quella diffusa sui giornali da foto d’archivio: ray-ban a goccia specchiati e bomber di pelle, capelli cortissimi. Non si usa più: sono i più grandi semmai a bardarsi ancora così, gli ultra ventenni e Cesare Previti quando si veste da giovane, la domenica mattina. I ragazzini di 15-17 anni eletti in liste di destra che gestiscono gli 80mila euro della Consulta provinciale studentesca insieme alla gloria di aver defenestrato la sinistra da sempre al potere sono indistinguibili da migliaia di loro simili. Andrea Moi, 17, presidente della Consulta, è un adolescente con la voce ancora sottile, secondo di tre figli cresciuto in mezzo a due sorelle, vive a Roma Sud – Colli Albani – e va a scuola al Terzo istituto d’arte, fermata della Metro Giulio Agricola. Milita in Azione giovani da quando aveva 13 anni, è in consulta da quando ne aveva 14. Dice che “un tempo a scuola in assemblea si parlava solo di temi difficili e lontani dagli interessi dei ragazzi tipo l’Europa, gli anni Settanta. Ora finalmente di discute di cose che interessano a loro: il caro cd, il caro libri”. Va così e attenzione a sottovalutare o liquidare con spallucce la portata dell’onda. Le battaglie sono per utilizzare l’aula di informatica, mettere i pannelli solari sul tetto, fare più ore di educazione fisica e più gite “a contatto con la natura”, possibilmente senza telefonino perché “lo spirito se ne giova”. Per avere libri di testo non obbligatori, insomma non studiare la storia solo sul Villari, ma almeno affiancarlo, dice Moi, a “un libro che mi dica che la Rivoluzione francese è stata anche una carneficina e che non liquidi in tre righe la rivolta di Vandea”. A Roma otto anni fa gli studenti di destra eletti nel Parlamento dei ragazzi erano 20 su 400. Oggi sono la maggioranza assoluta, più di 200. Decuplicati. Marco Perissa, 25 anni, responsabile scuola per Roma di An: c’era allora e c’è adesso. Nel ‘99 era uno dei consiglieri della Consulta, “facemmo il libro bianco sull’edilizia scolastica”. Dice: “Ha vinto la destra perché ha perso la sinistra. Ci siamo inseriti nell’antipolitica e abbiamo rubato voti alla sinistra ideologica. Le abbiamo opposto una destra pragmatica: non tutti gli studenti che ci votano sono di destra, anzi. Ci votano perché facciamo le cose. Perché gli anni Settanta sono lontani e non si può restare lì, perché pensiamo all’oggi”. Dunque vediamo, oggi. Oggi al Tufello, periferia romana, c’è qualche centinaio di studenti di sinistra che sfila in mezzo ad una impressionante saracinesca di polizia: ricordano Valerio Verbano, studente dell’Archimede ucciso dai fascisti nell’80, sua madre apre il corteo. Esprimono solidarietà a Simone, ex studente dell’Aristofane di Vigne Nuove picchiato qualche giorno fa da una spedizione punitiva del Blocco studentesco, falange scolastica della Fiamma. Il Blocco – sede principale a Casa Pound, centro sociale di destra – ha conquistato quest’anno 55 rappresentanti alla Consulta. Uno di loro è Giorgio Evangelisti, 17 anni, studente del Convitto nazionale fin da quando era in terza elementare. Il Convitto è la scuola della classe dirigente, fama di rigore estremo. Giorgio dice che ”è l’ora di finirla con questa storia che siamo violenti e razzisti. Al corteo per le foibe c’erano quattro ragazzi di colore, uno di loro è attivista nella sezione di Roma Nord. Picchiare ci si picchia, ogni tanto, succede da sempre. Però quando noi abbiamo fatto volantinaggio davanti al Tasso due mesi fa sono venuti a menarci con caschi e bastoni, una cosa organizzata, non dico bugie, e non ne ha parlato nessuno. Fa notizia, la violenza, solo quando fa comodo a sinistra”. Non è proprio così, questa è una versione di Giorgio, parte in causa. Dice anche che è una bugia che la destra cresca solo in periferia e la sinistra mantenga le roccaforti del centro storico. Vediamo la mappa delle scuole, come è cambiata. Fortino del Blocco è il Farnesina, scientifico di Vigna Clara: è lì che è cominciata la prima occupazione della Destra “perché non se ne poteva più di far lezione nei container, ci pioveva dentro”. Due del Blocco sono eletti al liceo classico Visconti, piazza del Collegio romano, la sede del processo a Galilei. Al Righi, lo scientifico più rinomato della città, il rappresentante di istituto è di Azione studentesca, braccio nella scuola di Azione giovani. Il Giulio Cesare, un tempo classico di destra, ha oggi un esponente di sinistra e uno cattolico. Restano “rossi” il Mamiani, il Virgilio, il Tasso. La destra va fortissimo allo scientifico dei Parioli, l’Azzarita, dove il Blocco raccoglie firme per far intitolare l’aula magna a Nanni De Angelis. “Sa chi è? – domanda Evangelisti – un ragazzo degli anni Settanta”. Due consiglieri di destra sono stati eletti al classico Nomentano, uno allo scientifico Benedetto da Norcia, due al tecnico Armellini di San Paolo fuori le mura. Non si parla solo di Ostia, dunque. Andrea Moi cita il coraggio del giovane eletto con As al Machiavelli di via dè Volsci, quartiere San Lorenzo, roccaforte storica della sinistra radicale, Radio popolare e controcultura militante. “Però non lo nomini per favore perché magari a scuola non lo sanno che è di destra”. Ecco, magari non lo sanno. La novità è che il 65 per cento degli studenti romani ha votato a destra ma magari, una parte almeno, non lo sa. Azione studentesca ha uno slogan che dice “Contro lezioni tristi e grigi professori, per una scuola capace di divertire e unire”: un programma capace di raccogliere l’unanimità dei consensi. Quando il Blocco chiede “più ore di ginnastica” non lo fa esponendo un manifesto di prestanza fisica neomussoliniana, sui manifesti delle elezioni scolastiche ci sono gli eroi del film western e Bart Simpson quello dei cartoni animati, e poi fare più ginnastica vuol sempre dire fare meno greco e estimo. Per arrivare allo scacco del due a uno (la Cosa nera vede 15 consiglieri alla destra, 10 alla sinistra) le due liste romane di destra, fra i quattordicenni, hanno fatto “propaganda sulle cose”. Aule più belle, libri e cd meno cari, più ginnastica e più gite. L’anticomunismo un sottile sottofondo, scenario per ora marginale. Intanto stare meglio, divertirsi di più. Poi è alle manifestazioni politiche che tornano fuori i simboli, le croci runiche e le aquile. Arrivano i venti e anche trentenni, lì. Sono loro che menano la danza. L’8 febbraio era previsto un convegno della Consulta al teatro Brancaccio. Tema: “Istria, Slovenia, Dalmazia: anche le pietre parlano italiano”. Dopo tanti convegni sulla Resistenza, dicono i balilla, ora che il vento è cambiato finalmente uno sulle foibe. Perissa, il responsabile scuola: “Purtroppo 15 attivisti del collettivo del Virgilio hanno tirato un fumogeno nel teatro, Costanzo ha ritirato la disponibilità della sala, duemila studenti pacifici sono rimasti per strada. La riprova questo che non è un paese libero”. Le cronache di quel giorno raccontano una storia diversa. Scontri violenti in via Nomentana fra adulti neofascisti e studenti delle scuole del centro. Nel blog di Casa Pound però c’è scritto che non bisogna leggerli i giornali. La verità è nella “forza dell’azione”. La rivoluzione è la nostra: “Sveglia bastardi, la ricreazione è finita”. Marx, ha stancato: “Dopo Marx, aprile”. Una nuova primavera invisibile, per alcuni inconsapevole. Ma si sa che la coscienza politica si forgia con costanza: a tredici anni voti per la gita in Abruzzo, a sedici per i computer nuovi in aula d’informatica. Le foibe dopo, c’è tempo.

Prosegui la lettura…

I puffi siamo noi!

16 Febbraio 2008 5 commenti

Comunisti Italiani nei Gulag di Stalin

12 Febbraio 2008 3 commenti

1936, 1937, 1938: è nel corso di questi tre anni che l’intera vecchia guardia bolscevica ed ogni forma d’opposizione di classe al regime staliniano vengono spazzate via coi famosi processi pubblici. In realtà il lavoro oscuro delle "trojke", ossia le commissioni di tre membri incaricate di perseguire, giudicare e condannare gli imputati, incominciò ben prima e durò ancora dopo. Questo processo storico era iniziato già un decennio prima con l’allontanamento di Trotzky dal CC del Partito Bolscevico e la sua successiva deportazione. Furono gli anni che Victor Serge definì magistralmente come "La Mezzanotte del Secolo".

In tutti questi processi furono coinvolti anche i comunisti italiani emigrati in Russia e la loro storia è stata spesso sottaciuta o misconosciuta in quanto faceva comodo agli opposti, ma convergenti, interessi di bottega dello stalinismo italiano e del blocco anticomunista. Si consideri che solo dagli anni 1990 in poi si è potuto accedere agli archivi russi e da allora hanno visto la luce una serie di pubblicazioni, per lo più nel cosiddetto ambiente accademico. Ovviamente noi sappiamo che le "verità" degli storici – in buona o cattiva fede che essi siano – sono sempre di parte ma riteniamo, allo stesso tempo, sia doveroso rendere onore e memoria a compagni che in periodi di "bussole impazzite" pagarono spesso con la vita la loro militanza comunista. Lottando noi, oggi, per la stessa causa, dobbiamo cercare di comprendere, a posteriori e quindi più lucidamente, quei processi storici di cui i compagni, vittime delle persecuzioni, non poterono verosimilmente cogliere l’intima essenza, avendoli vissuti sulla propria pelle.

Intanto i numeri: sebbene le fonti diano cifre differenti e contraddittorie – si consideri solo che si emigrava in URSS in genere illegalmente e con nomi falsi – si stima che gli italiani residenti in Urss negli anni 1930 siano stati circa quattromila compresi i tremila appartenenti alla comunità di origine italiana (non strettamente politicizzata ma toccata pesantemente dalla repressione) stanziatasi in Crimea già nel 1700. Di questi, a subire una qualche forma di repressione nel periodo staliniano, furono all’incirca cento, come ebbe a sostenere il Pci dopo la de-stalinizzazione, ma sarebbe meglio riferirsi a un migliaio, come sostenuto da recenti ricerche storiche. Dal 1922 al 1928 gli espatriati politici dall’Italia furono seicento, almeno stando ai dati delle autorità fasciste, e quasi sempre presero la direzione della Francia o della Svizzera, da dove poi si poteva cercare "l’aggancio" per andare in Urss. Erano in genere compagni che avevano avuto a che fare con guardie regie, squadracce fasciste, spesso con le armi in pugno, e Tribunali Speciali. Con contegno e fierezza rivoluzionaria, come si diceva nel linguaggio dell’epoca. Erano tutti militanti del 1921. Circa duecentocinquanta furono fucilati nei famigerati penitenziari della Lubijanka e Butovo o morirono di stenti nei vari gulag in cui scontavano le loro pene.

Dei sopravvissuti, quelli che hanno raccontato delle loro esperienze, sono stati ben pochi.

Per stare ai dati dell’"Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo", ed. La Pietra, i Tribunali Speciali erogarono, dal 1926 al 1943, quarantadue condanne a morte (31 eseguite) di cui però solo quattro contro italiani, avendo le altre interessato partigiani iugoslavi. Dalle carceri fasciste in genere si usciva vivi. Caso a parte fu quello di Gramsci. Invece i comunisti tedeschi imprigionati e spesso liquidati nei gulag furono millecento: cinquecento di essi furono poi "regalati" nel 1939 alle SS tedesche nell’ambito dell’alleanza russo-tedesca del momento.

Ogni emigrato appena arrivato doveva riempire un questionario – l’anetka – specificando le proprie esperienze, idee e frequentazioni politiche; questo veniva poi custodito negli archivi dell’Internazionale, venendo aggiornato regolarmente grazie ai rapporti delle numerose spie, confidenti, ecc.

Agli italiani veniva poi subito chiesto se conoscevano Bordiga, se avessero avuto rapporti con lui, quali, e cosa pensavano del suo allontanamento dalla direzione del Partito. Va ricordato che il 15-02-1926 nell’Esecutivo allargato dell’Internazionale vi fu il celebre scontro tra Bordiga e Stalin e da allora tutti gli italiani furono sospettati di bordighismo.

Al momento dell’interrogatorio, l’imputato si vedeva chieder conto di cose fatte o dette, anche confidenzialmente, persino dieci o quindici anni prima. L’obiettivo era far cedere, capitolare, costringere ad atto di sottomissione verso il Partito, fatto passare come organismo che non poteva sbagliare MAI, e magari indurre a far diventare le stesse persone delle spie, infiltrati o provocatori – ben remunerati peraltro – coinvolgendo altri nei processi (fare i nomi di altri "controrivoluzionari" era una delle cose più apprezzate dagli inquirenti e ciò metteva fine ai tormenti).

KRTD: questo era l’acronimo della dicitura di condanna di buona parte di loro e significava "Controrivoluzionario Trozkista/Bordighista", il che comportava le pene più severe, i lavori peggiori e minori razioni di cibo (nei gulag i detenuti politici erano sottoposti all’autorità dei criminali comuni, cui le Amministrazioni dei campi delegavano il controllo delle baracche e dello svolgimento della vita del campo).

Come risulta evidente, morirono molti più comunisti nelle carceri staliniane che in quelle fasciste; non foss’altro che per questo solo dato, parlare ancor oggi di Antifascismo, per un rivoluzionario, equivale, quanto meno, a disarmare se stessi oltre alla classe.

Va ricordato anche il contesto storico in cui si inquadrano queste vicende: il primo piano quinquennale (1928-1933) con la sua collettivizzazione si rivelava un disastro, con milioni di contadini che affluivano nelle città dove già esistevano grossi problemi di approvvigionamento alimentare, vivendo miseramente, per strada, di elemosine ed espedienti vari – tant’è che per cercare di arginare il fenomeno furono istituiti i "passaporti interni" per recarsi da una località all’altra del paese. Nelle fabbriche intanto i ritmi di lavoro erano aumentati costantemente mentre i salari erano sempre insufficienti – è allora che fanno la comparsa gli "udarniki", ossia "i lavoratori d’assalto", i cui risultati, ben remunerati, venivano presi come riferimento relativamente alle quote di produzione da raggiungere – e le condizioni di vita erano in genere durissime: si pensi che due mesi di salario non erano sufficienti per acquistare un cappotto, indispensabile per superare i lunghissimi e rigidissimi inverni russi. Altro problema erano gli alloggi; se per i funzionari di partito vi erano gli hotel – adeguatamente sorvegliati – per chi lavorava come operaio il massimo era costituito dalla coabitazione con altre famiglie. Se ciò era sopportabile in nome del comunismo di guerra, lo era già meno dopo quindici o vent’anni anni dalla Rivoluzione, specie quando si vedevano gli spazi di libertà restringersi, per alcuni, e contemporaneamente spalancarsi possibilità di carriera, per altri, nel Partito o nei Trust.

Il celebre scrittore Victor Serge fu uno dei primi arrestati nel 1928 insieme a molti altri membri dell’Opposizione. Scontò poi tre anni in Siberia prima di essere espulso dall’Urss nella primavera del 1936. Nel 1927 si suicidò per protesta contro i metodi e le politiche staliniane il vecchio bolscevico Adolf Ioffe, già commissario agli esteri.

Il malcontento operaio, la crisi agricola ed alimentare provocavano tensioni nel Partito bolscevico e sembra fosse pronto un piano per eliminare Stalin dalla carica di segretario. Al congresso che si tenne il 01-12-1934 a Pietrogrado, fu assassinato Kirov, presidente del soviet cittadino. Ciò dette a Stalin – verosimilmente il mandante – il "la" per una campagna anti-trozkista in grande stile onde serrare i ranghi del partito: o dentro o fuori. In pochi giorni, nella sola Pietrogrado furono arrestate circa quarantamila persone. Tutti quelli espulsi nel 1927-28 perché aderenti all’Opposizione e poi riammessi mesi dopo con un semplice biasimo (Stalin aveva abilmente fatto proprie le parole d’ordine della Opposizione sulla collettivizzazione-industrializzazione del paese traendo in inganno molti militanti, Zinoviev incluso) furono arrestati nuovamente. E’ l’inizio della liquidazione di ogni opposizione a livello di base, mentre fino ad allora la repressione staliniana aveva colpito prevalentemente le élites dirigenti.

Uno dei primi italiani ad incorrere nella giustizia sovietica fu Virgilio Verdaro (1885-1960): confinato per disfattismo nel primo conflitto bellico, fu vicino alle posizioni del Soviet di Bordiga e già dal 1918 diviene coordinatore per la Toscana della Frazione Comunista Astensionista (1920) che in tale regione ebbe anche grazie a lui un seguito non trascurabile.

Così, il 15-01-1921 fu tra i fondatori del PCd’I al teatro San Marco di Livorno divenendo membro del primo Comitato Centrale.

Dal 1924 si trasferisce in Urss su incarico del Partito, soggiornando al famigerato Hotel Lux. Inviso per la sua militanza nella Sinistra e critico verso le scelte del Partito e dell’Internazionale – quello fu il periodo della bolscevizzazione forzata del PCd’I ad opera di Zinoviev, della Conferenza di Como (1924) del Congresso e Lione (1926), del Comitato d’Intesa – dal 1927 viene messo sotto sorveglianza dalla Ghepeù (l’ex Ceka leniniana, ossia la commissione contro il saccheggio ed i controrivoluzionari, poi Nkvd, poi ancora Kgb). Nel 1931, prevenendo un imminente arresto, fugge precipitosamente dall’Urss grazie ad una raccolta di soldi dei compagni italiani. La moglie e compagna Emilia Mariottini, impossibilitata a seguirlo perché incinta, fu licenziata dal lavoro e perse l’alloggio al suo rifiuto di diventare spia della polizia e di ricusare il marito. In seguito a ciò perse il figlio e visse in condizioni di estrema povertà fino al 1945, quando riuscì ad espatriare anch’essa.

Verdaro intanto si era stabilito in Belgio dove si riunì coi compagni della Frazione scrivendo spesso sul suo organo – Prometeo – col soprannome di Gatto Mammone. Da quelle colonne spesso denunciò le politiche staliniane. Con la guerra si trasferì nella nativa Svizzera dove perse i contatti con gli altri compagni, tant’è che si iscrisse al Partito Socialista ticinese. Rientrato in Italia, morì a Firenze senza più riavvicinarsi alle posizioni comuniste rivoluzionarie a riprova, probabilmente, che come si dice "è difficile invecchiare nel marxismo…"

Luigi Calligaris (1894-1937): egli, vicino alla Sinistra apertamente ed orgogliosamente sin dalla sua defenestrazione, era riparato in Urss nel 1933 dopo cinque anni di carcere fascista. Presiedette inizialmente il Circolo degli Emigrati di Mosca, il luogo dove di regola si svolgevano i dibattiti politici all’interno delle comunità di emigrati. Come tali erano attentamente sorvegliati dalla Ghepeù che vi aveva molti spie ed infiltrati.

Rimosso da tale carica, dopo aver in precedenza rinunciato ai corsi dell’Università Leninista, per il suo aperto ed ostinato "bordighismo", partecipava comunque alle sue riunioni e vi aveva formato un gruppo "di sinistra" insieme ad Alfredo Bonciani, Ezio Biondini, Rodolfo Bernetich, Giovanni Bellusich, Arnaldo Silva, Giuseppe Sensi ed agli anarchici Otello Gaggi e Gino Martelli.

Insieme ai primi quattro, nel dicembre del 1934 fecero giungere una lettera a Prometeo – organo della nostra Frazione – a Bruxelles, con cui erano in contatto nonostante la censura poliziesca, denunciando la situazione interna russa e del partito bolscevico.

Arrestato poco dopo l’uscita dell’articolo su Prometeo grazie al lavoro delle spie presenti a Bruxelles, interrogato, torturato per estorcergli le confessioni volute, fu condannato a tre anni di gulag, poi aumentatigli in itinere. Verosimilmente morirà di stenti nel 1937.

Merini, libero dopo dieci anni di gulag ma distrutto nello spirito ed ancora sorvegliato, chiederà alla delegazione del Pci, allora a Mosca per un Congresso (nella persona di G. Pajetta), di essere rimpatriato; il giorno successivo viene di nuovo arrestato dal Nkvd e condannato ad altri dieci anni di gulag, venendo poi ucciso da un delinquente comune in circostanze mai chiarite.

Probabilmente Bellusich e Bernetich furono fucilati già nel 1937. Gaggi e Martelli (che in Italia erano stati condannati rispettivamente a venti e trent’anni di carcere) perirono nei gulag.

Bonciani fu accoltellato a morte nella camera dove risiedeva da due delinquenti comuni italiani (alloggiati per l’occasione alla Casa del Rivoluzionario – ricovero per vecchi bolscevichi – a spese del PCd’I!!). Arrestati dalla "giustizia" sovietica furono condannati a ben… tre mesi, e non è neppure certo che li scontarono per intero. Anche in questo caso i calunniatori stalinisti sostennero che era stato liquidato in quanto la sua attività di spia era nota già da quando era in Italia.

Silva era conosciuto nell’ambiente italiano perché, in carcere durante il noto processo ai comunisti italiani del 1923, riuscì ad evadere da Regina Coeli facendosi passare per un avvocato in visita ai detenuti e si beffò poi del direttore del carcere con una lettera aperta sulla stampa del Partito. In Urss dal 1923, diverrà poi colonnello dell’Armata Rossa. Sarà fucilato nel 1937 o 1938.

Tale gruppo godeva anche della simpatia e dell’appoggio indiretto di Francesco Misiano, figura allora molto nota in quanto presidente del Soccorso Operaio Internazionale, che morirà di malattia alla metà del 1936 poche settimane prima – sembra ora certo – di essere arrestato dalla Ghepeù, e di Guido Picelli, comandante degli Arditi nella celebre battaglia dell’Oltretorrente parmense, ucciso in una trincea spagnola da un colpo… alla nuca (aveva chiesto, come molti altri, di andare volontario in Spagna per sfuggire al molto probabile arresto in Urss, da cui, non va scordato, era impossibile espatriare. Là aveva preso contatti col Poum).

Dalla primavera del 1935 su Prometeo, a firma di Gatto Mammone, comparvero così una serie di articoli che denunciavano la scomparsa di questi compagni ("Il Caso Calligaris", "Calligaris dov’è?", "Noi, Calligaris ed il centrismo", "Denunciamo la scomparsa del compagno Calligaris"). Fu la prima denuncia dei crimini staliniani nella storia.

I compagni della Frazione decisero poi di scrivere una lettera aperta al CC del Partito Bolscevico; lettera che non ottenne nessuna risposta.

Ancora nei primi mesi del 1938, i nostri compagni d’allora della Frazione pubblicarono su Prometeo una lista di circa venti compagni mancanti all’appello, di cui si denunciava la detenzione o, peggio, la liquidazione fisica.

In tale vicenda si inserisce anche quella del giovane operaio torinese Emilio Guarnaschelli, emigrato in Urss nel 1932; non vi è evidenza di suoi legami con la Sinistra, ma anch’egli fu coinvolto nel processo al "gruppo Calligaris" e fu condannato a tre anni, poi raddoppiati, di Siberia, preferendo questa pena all’espulsione dal paese, bollato come "nemico del popolo sovietico e del socialismo". Vi troverà la morte.

La sua storia è esemplare perché per decenni lo stalinismo ha sostenuto che fosse una spia al servizio dell’Ambasciata Italiana; documenti recenti mostrano che ciò era pura calunnia (anzi, l’Ambasciata ricevette istruzioni precise, dal Ministero, di smettere di interessarsi presso le autorità sovietiche della sua sorte, come di quella della maggior parte degli internati italiani). Lui, come molti altri, compreso Calligaris, privati del passaporto dalle autorità sovietiche ed abbandonati dal partito italiano, richiedeva alle ambasciate d’Italia nuovi documenti per poter espatriare legalmente – diventando ciò sufficiente per essere considerati delle spie. La sua storia fu conosciuta solo grazie alla sua compagna Nella Masutti – internata lei stessa per un certo periodo – che fece stampare il carteggio del Guarnaschelli, coi suoi familiari e con lei, nel dopoguerra nell’ambito di iniziative del movimento trozkista d’oltralpe. In Italia giunse solo negli anni 1970 circondato dallo scetticismo.

Anche la frase con cui chiude una delle sue ultime lettere citata con gioia maligna da tutti gli anti-comunisti nostrani e che gli valse la calunnia picista ("Compagni ci siamo sbagliati… in Urss non c’è il socialismo") è quella di un giovane operaio comunista, magari politicamente grezzo, che constata come in Urss non ci sia alcunché di socialismo, che vi si vive peggio che in Italia, non certamente di uno che cessa di credere nella possibilità del socialismo. Da considerare che i suoi familiari inizialmente non credevano a quanto lui scriveva sulla sua vicenda e sulla realtà sovietica, tanto erano influenzati dalla propaganda staliniana.

Dante Corneli (1900-1990): anche su di lui si vuole portare l’attenzione dei compagni, pur non essendo ascrivibile in toto alla Sinistra.

E’ il militante comunista che ha scontato più anni di tutti, ben ventiquattro tra gulag e confino obbligato, riuscendo a sopravvivere, e che più di tutti si è impegnato per far conoscere la sorte dei suoi compagni. Nel 1919 in occasione dello sciopero nazionale di solidarietà con la Repubblica Ungherese dei Consigli, ospitò e conobbe l’allora esule G. Lucakcs, con cui si incontrerà di nuovo, anni dopo, durante la detenzione in Urss. Fuggito nel 1922 da Tivoli dopo aver ucciso un fascista durante degli scontri armati, ripara in Urss ai primi di novembre dello stesso anno, in tempo per assistere alle celebrazioni del V Anno della Rivoluzione, meravigliandosi non poco del fatto che non esistessero palchi per le autorità e che ogni semplice militante potesse stringere la mano e chiacchierare, come lui fece, con bolscevichi di primo piano come Trotsky e Bucharin (cui rimase molto legato fino alla sua morte). Operaio, membro dell’Opposizione, nel 1927 viene espulso dal Partito bolscevico per rientrarvi due anni dopo con la svolta "a sinistra" di Stalin menzionata all’inizio. Dopo ciò frequentò sempre meno attivamente i Circoli degli Immigrati subdorando l’atmosfera di sospetto e culto dei capi che vi si respirava. Nel 1936 viene arrestato e sconterà in tutto ventiquattro anni tra gulag e confino; la sua è una vicenda giudiziaria kafkiana (per es., la prima condanna scadeva il giorno stesso in cui l’Italia dichiarò guerra all’Urss, cosicché la stessa gli venne procrastinata, senza che venisse stabilito un termine, in quanto, oltre che trozkista, era anche una spia fascista al servizio di Mussolini!). Nel 1970 rientra in Italia grazie all’interessamento dell’amico di gioventù U. Terracini e da allora, per i successivi vent’anni, scriverà molti testi per narrare la storia dei comunisti italiani in Urss, delle sue vittime – di cui fece un elenco alfabetico di circa tremila nomi – e… dei suoi persecutori; nessuno di questi fu mai pubblicato da nessuna casa editrice, neppure nell’ambito della Nuova Sinistra degli anni 1970, tant’è che fu costretto a stamparli a proprie spese. Sembra anche, ma non è certo, che in sua assenza una parte dei manoscritti furono prelevati da casa sua da sconosciuti agenti della…Siae – verosimilmente funzionari del Pci – come raccontato dall’anziana sorella. Fu pubblicato solo nel 1978 e solo da La Pietra – di area Pci – il suo "Diario di un redivivo tiburtino", seppur amputato in alcune sue parti e con un taglio in linea con le politiche dominanti nel Pci d’allora. Tale testo sarà ristampato solo nel 2000 a cura della Fondazione Liberal, covo di pericolosi rivoluzionari (!) come Romiti, Tronchetti-Provera, Della Valle, Galli della Loggia, Panebianco ed altri simili figuri…

Egli chiese più volte incontri pubblici per denunciare la sua, e non solo, vicenda ottenendo scarsa attenzione; nel 1978 fu ospite del giornalista televisivo Enzo Biagi per un contraddittorio con Roasio e nel 1982 fu intervistato per Repubblica da M. Mafai.

Morirà praticamente isolato ed in grosse difficoltà economiche.

Stessa sorte era toccata vent’anni prima ad un altro suo corregionale, Antonio Scarioli. Rientrato in Italia, a Genzano, in provincia di Roma, alla morte di Stalin dopo molti anni di gulag, "osò" parlare coi "compagni" del Pci cittadino delle sue vicende e questo fu il motivo per cui venne, prima, considerato come pazzo e, successivamente, gli fa perdere il lavoro di bracciante nella cooperativa "rossa" dove lavorava, ed il relativo l’alloggio.

Corneli è importante anche per una testimonianza in prima persona da Vorkuta. Mentre altri detenuti accettavano rasseganti il loro destino cercando di sopravvivere alle meschinità, alle violenze e alle durezze quotidiane che la terribile vita dei campi imponeva, mentre altri ancora pensavano d’esser stati vittime d’un errore continuando ad aver fede cieca nel Partito e nel Piccolo Padre, cui venivano indirizzate giornalmente centinaia di suppliche di revisione dei loro casi, Corneli ha modo di tratteggiare, in modo vivido e ammirato, gli internati che si dichiaravano trozkisti, forti delle loro convinzioni e mai domi – molti di essi erano detenuti già da circa un decennio – e che rappresentavano un mondo a sé. Tramite iniziative di lotta, quali astensioni dal lavoro, scioperi della fame, resistenza passiva, avevano ottenuto dalle Direzioni di molti campi di poter vivere raggruppati nelle stesse baracche, di formare omogenee colonne di lavoro (col che poter essere d’aiuto ad altri compagni cui non riusciva di raggiungere la propria quota individuale di produzione assegnata, indispensabile per ricevere il vitto necessario a sopravvivere nel clima siberiano), di non aver nessuno contatto coi criminali comuni – i veri padroni dei campi. Inoltre, ricorda ancora Corneli, quelle stesse persone…

    dopo 10, 12 od anche 14 ore di lavoro nel gelo siberiano a meno 30 sotto zero trovavano ancora la voglia ed il tempo per interminabili discussioni notturne sul Capitalismo, il Partito, la Classe, la Collettivizzazione, l’Accumulazione Primaria, il Nazifascismo, la Democrazia ecc.

Taluni di loro, quasi sempre bolscevichi della prima ora, avevano anche copie "segretissime" dei libri messi all’indice da Stalin di cui spiegavano il contenuto ai compagni più giovani. Inoltre, avevano sviluppato una fitta rete di corrispondenze coi detenuti degli altri campi attraverso i sistemi più ingegnosi; famosi erano i "giornali volanti", consistenti in singoli articoli redatti collettivamente che i compagni prossimi al trasferimento da un campo all’altro trasportavano (occultandoli addirittura nelle asole dei bottoni o dentro i pesanti berretti di pelliccia) per sviluppare il dibattito sui temi più sentiti. Quando questo sistema fu scoperto dalle autorità, gli stessi incominciarono ad imparare a memoria ciò che dovevano poi riferire ai compagni nei gulag di destinazione…

Col 1937 però tutto questo cessò; la vita nei lager peggiorò sensibilmente per tutti e – ricorda Corneli – nella sola Vorkuta le esecuzioni notturne dei trotzkisti andarono avanti per molte notti consecutive. I sopravvissuti persero tali "benefici" e furono dispersi nell’immenso universo concentrazionario.

Vincenzo Baccalà: ex segretario della federazione romana del PCd’I, arrestato e fucilato nel 1937, è noto tramite le memorie della moglie e compagna Pia Piccioni, il cui "Compagno silenzio – una vedova nei gulag di Stalin", fu una delle primissime pubblicazioni apparse nel dopoguerra ed a cui su Battaglia Comunista venne data voce. Per inciso la sua testimonianza ci dà conferma della validità della posizioni della Sinistra anche subito dopo l’omicidio Matteotti; egli, trovandosi allora in carcere a Roma, fu inaspettatamente liberato e il direttore del penitenziario gli chiese pensieroso "Che farete ora?".

Mentre la direzione centrista del PCd’I impantanava il partito nella tattica suicida e disarmante dell’Antifascismo parlamentare e nella lesa democrazia, la Sinistra riteneva si potesse e dovesse portare la questione sul piano di classe facendo appello al proletariato per arginare in quel modo la violenza fascista, essendo quella ritenuta l’ultima occasione ancora possibile. La tattica adottata era quella dei cosiddetti "comizi volanti", ossia dei comizi tenuti improvvisamente davanti alle fabbriche all’uscita dei lavoratori od in zone popolari per saggiare la disponibilità alla lotta degli stessi. Ebbene, i riscontri, per quanto parziali, erano positivi e confortanti, c’era voglia di reagire tra i lavoratori, e si poteva e doveva chiamare il proletariato alla lotta.

Non essendo avvenuto nulla di tutto ciò, mancando direttive precise per i militanti e per tutto il proletariato e parallelamente riorganizzandosi e rigalvanizzandosi l’apparato statale, l’occasione sfumò e – come ci ricorda Vincenzo Baccalà – egli fu tranquillamente ri-arrestato pochi giorni dopo a casa propria dalle guardie regie per terminare di scontare la propria condanna al termine della quale partì per l’Urss.

Edmondo Peluso (1882-1942): definito dalle stesse fonti borghesi il John Reed od il Che Guevara del PCd’I. Cittadino del mondo, come si autodefiniva, essendo nato a Napoli ed avendo frequentato le elementari in Spagna, le medie superiori in America e l’università in Germania e Svizzera. Giornalista, manovale, fuochista, e mille altri mestieri svolse dal Sudamerica fin nelle Filippine ed in Giappone.

Amico dello scrittore socialista Jack London e di De Leon (leader del Partito Socialista Americano), frequentò Klara Zetkin, Rosa Luxemburg, K. Liebknecht, Radek ed anche Laura Marx e Paul Lafargue a Parigi.

Presente a Zimmerwald nel 1915, su posizioni centriste come tutto il partito socialista italiano, conobbe Lenin e la delegazione bolscevica. L’anno dopo, a Kienthal, ruppe con la disciplina di partito astenendosi dal votare la risoluzione centrista uscita da quel Congresso, in quanto più convinto dalle tesi della sinistra (bolscevichi e gruppo di Brema ed Amburgo) rammaricandosi in seguito di avervi aderito pienamente solo dopo l’Ottobre.

Nel 1918-19 partecipa ai moti spartachisti di Berlino, è, nel 1920, membro della Frazione Astensionista e della delegazione italiana al 4o Congresso dell’Internazionale, nel 1922. Collaborò alla redazione di molti opuscoli dell’Internazionale per esplicita volontà di Lenin, che sin dall’anno prima lo aveva definito:


    una delle penne più brillanti del partito italiano che può e deve scrivere tre o quattro volte di più di ora in tutte le lingue che conosce.

Assiste persino all’insurrezione di Canton, in Cina, nel 1927 poi repressa nel sangue e da cui si salverà fortunosamente.

Arrestato dalle guardie regie per renitenza alla leva e disfattismo (non aveva fatto il soldato in Italia) e bastonato dai fascisti più volte sin dal 1921 emigra definitivamente in Urss nel 1926.

Da allora restò abbastanza defilato, iscrivendosi comunque al Partito Bolscevico al quale non sembra però aver mosso critiche tali da destare sospetti o delazioni. Pare anche frequentasse poco i Circoli degli Emigrati.

Arrestato nel 1938, venne interrogato, torturato per ottenere la confessione che non diede mai: ecco perché venne fucilato soltanto quattro anni dopo (in genere le condanne a morte erano eseguite dopo poche settimane dalla sentenza). E si consideri che tutti, da Bucharin a Zinoviev, avevano confessato di tutto.

Dal Gulag non si evadeva per il semplice motivo che non c’era nessun posto dove andare. Il solo gulag di Karaganda, in Asia centrale, ad esempio, era esteso quanto gli odierni Paesi Bassi.

La spopolata Repubblica dei Komi, in Siberia, un unico immenso gulag, sconosciuta ai più oggi come allora, è il 30% più estesa dell’Italia.

Gulag come Karaganda o Vorkuta pare abbiano ospitato fino a trecentomila internati ciascuno. Col sistema concentrazionario sovietico si ritiene abbiano avuto a che fare non meno di venti milioni di persone. Se non è certo costume marxista prendere per oro colato tutto ciò che viene sostenuto dagli storiografi, appartiene però interamente al marxismo il metodo di considerare le aberrazioni descritte senza ricorrere alle categorie idealistiche della malvagità umana, della follia ecc. ecc. In termini di classe si è trattato di un gigantesco processo di accumulazione originaria del Capitale in un paese immenso (si pensi ai "I fattori di razza, religione, geografia ecc.") che doveva, sotto il peso della concorrenza straniera, della crisi del 1929, dei preparativi per la guerra, accelerare in pochi anni i processi che altri paesi avevano svolto in decenni o addirittura secoli. Una gigantesca estorsione di plusvalore assoluto. Il sistema concentrazionario si basava sull’estrazione di metalli per l’industria pesante, il disboscamento e la bonifica degli immensi territori disabitati, la creazione di infrastrutture viarie – ancor oggi centrale in Siberia è la cosiddetta "Strada delle Ossa", ossia i 2000 km di strada che attraversano tutta la regione, sotto cui giacciono le ossa di centinaia di migliaia di morti. Ad esempio, quando servivano tecnici per aprire una nuova miniera od un pozzo petrolifero si escogitava sempre un qualche "complotto" di trotzko-fascisti e sabotatori vari i cui "colpevoli" erano proprio le figure professionali di cui si abbisognava e che, a tale scopo, venivano inviate là a lavorare gratis. Gli stessi internati notavano che il lavoro di una settimana di cento persone poteva essere svolto in un giorno o due da un trattore. Un ex-deportato italiano, stalinista fino al midollo, osservava:


    Mi spiace solo di essere andato a lavorare nelle miniere della Kolyma scortato dalla polizia in manette e come nemico del popolo – se me lo avessero chiesto, appellandosi al mio spirito internazionalista, ci sarei andato volontario di sicuro.

    Anonimo, dal testo "Italiani nei Lager di Stalin"

Infine, due parole sui persecutori affinché le nuove generazioni li possano e vogliano gettare definitivamente, come meritano, nella pattumiera della storia. Oltre al noto Ercoli/Togliatti, vi fu tutto un strato di dirigenti, i vari Dozza, Grieco, Berti, Germanetto, Pastore e dei fedeli esecutori quali Robotti, Vidali, Barontini e Roasio, (quest’ultimo inizialmente vicino alla Sinistra e perciò in seguito tanto più zelante nella sua persecuzione), attivi finanche in Spagna, dove compirono la loro sporca bisogna, assassinando gli oppositori di sinistra e contribuendo a soffocare le più genuine istanze del proletariato spagnolo.
Damiano Signorini
internazionalisti.it 

Argomenti intorno al saggio di Mario Vargas Llosa

6 Febbraio 2008 7 commenti

Tesi della frazione comunista astensionista sul parlamentarismo

23 Gennaio 2008 23 commenti